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Il diario di Clarissa libro

giorno trentaquattro

2018-10-09T22:32:52+00:00

di Clarissa, 03/10/2018 © Riproduzione Riservata

Avanti e indietro. Continuavo a passeggiare avanti e indietro nel mio monolocale di 40 metri quadrati cercando di trovare la giusta risposta al messaggio di Damiano. Lucy intanto mi seguiva con lo sguardo e con aria interrogativa.
il diario di clarissa

A quel cane mancava solo la parola, e per fortuna. Chissà cosa mi avrebbe detto se avesse potuto parlare. Ogni tanto mi divertivo a immaginare i suoi pensieri: “Ma cosa fa questa cogliona? Come mai è così agitata? Ma perché invece non mi porta fuori al parco? E perché quando cago la raccoglie con un sacchetto di plastica? Cosa ci fa, la colleziona? Gli esseri umani sono strani”

Come darle torto?

Tornando alla questione Damiano, mi erano venute in mente molte papabili risposte, ma nessuna che mi convincesse appieno. Alla fine avevo optato per un tranquillissimo:

“Damiano, grazie per il complimento. Non sono sicura di averlo meritato, ma comunque ti ringrazio. Magari ci vedremo presto. Chissà. Buona serata anche a te”

Era un messaggio piuttosto banale ma efficace. E manteneva le porte aperte a qualsiasi situazione. In realtà, nel momento in cui avevo inviato quel messaggio avevo la certezza che ne sarebbe succeduto subito un altro. Tempo qualche ora. Massimo un giorno.

Perché un uomo dovrebbe mandare messaggi di questo tipo? Quale potrebbe essere lo scopo? La mia mente partiva in quarta all’idea di un interessamento particolare. Se non di tipo romantico, perlomeno con l’intenzione di una conoscenza più approfondita. Io non tenterei mai di conoscere qualcuno in modo amichevole facendogli un complimento sui suoi occhi così splendidi. Significherebbe oltrepassare il limite tra sentimentale e platonico.

O forse erano le mie solite seghe mentali. Mhhhh! No!!

Gli davo un giorno. E avrei ricevuto un messaggio molto più esplicito. Sicuro al 100%.

Dopo un giorno ancora nulla. Vabbè, forse era molto occupato.

Dopo due giorni nulla. Era espatriato?

Dopo tre poteva anche andare a fanculo.

In fondo di quel tizio non me ne fregava niente. Se poi aveva il coraggio di inviare certi messaggi e far finta di niente, allora si dimostrava un cretino. Cosa che pensavo sin dall’inizio.

Sarebbe stato un pensiero molto più convincente se non avessi passato tre giorni appiccicata al telefono in attesa di qualsivoglia accenno da parte sua. Una faccina, un pollice alzato, un segno di vita qualsiasi.

Perché non riuscivo a starmene tranquilla per i fatti miei? No, invece dovevo accanirmi su ogni situazione che trasudasse di drammatica animosità viscerale. Damiano non mi era neanche mai piaciuto. Perché adesso questo cambio di rotta? Per un commento fatto a un’amica e per un messaggio buttato lì senza alcun seguito?

Forse l’impressione originale aveva il suo motivo di esistere e di sopravvivere a tutti gli accadimenti successivi. Come quando assaggi qualcosa di nuovo e scopri che ha proprio il sapore che ti saresti aspettato. Senza sorprese. Quello che vedi è quello che c’è.

Anche questa era una lezione che ero destinata ad imparare prima o poi. Ecco perché continuavano a capitarmi certe esperienze.

“plin” Un messaggio!!!!

Stavo ancora perfezionando il pensiero sulla lezione da imparare, che mi ero subito buttata sul cellulare per vedere se era di Damiano.

E invece no.

“Le ricordiamo il suo incontro presso la nostra sede oggi pomeriggio alle 16. Grazie”

Ah. Giusto.

Nel pomeriggio avevo prenotato l’incontro con una squadra di esperti in formazione, coaching, counseling, empowering, psicologi e chissà che altro per scoprire finalmente le mie doti e i miei talenti lavorativi. Con sede nel centro di Milano, il team aveva fama di vere e proprie magie nello scovare le capacità più improbabili, le abilità nascoste e seppellite da tutti i condizionamenti che ognuno di noi aveva ricevuto nel corso della vita.

Cosa potevo aspettarmi? Se mi avessero detto che ero portata per la matematica, l’economia e la statistica sarebbe stato ragionevole. Evidentemente era la strada giusta sin dall’inizio. Se mi avessero aperto strade diverse … chissà, forse era arrivato il momento di buttare via tutto ciò che avevo coltivato per mancanza di altre prospettive.

Ero rimasta in attesa in sala d’aspetto per almeno un quarto d’ora. Mi guardavo intorno e intanto cercavo di prevedere che tipo di metodo avrebbero utilizzato. Sapevo solo che mi avrebbero propinato un test di qualche tipo.

Era come un gioco, la cosa mi divertiva parecchio. Avevo pagato delle persone per testare quanto ci avevo azzeccato nella vita.
E non mi era costato neanche poco. 350 euro per un paio d’ore del loro tempo e delle loro competenze. Chissà se ne sarebbe valsa la pena!

Ero stata accolta da un omettino basso dall’aria molto simpatica. Mi aveva detto di essere un esperto di recruiting e insegnante di pnl con grande esperienza nello psicodramma.

Sì, anch’io ero esperta di psicodramma. O almeno così avrei definito il mio approcciarmi agli uomini. Ma penso che stesse parlando d’altro.

In una stanzettina bianca con piccoli allegri quadri alle pareti mi stavano attendendo tre persone, oltre al simpatico ometto che mi aveva accolta.

Una donna di mezza età sorridente, anche lei super espertona di pnl, empowering e altre mille cose che non conoscevo, una ragazza giovane che prendeva appunti e un ragazzo sulla trentina, carino. Molto carino. Dall’aria affabile.

Avevano iniziato con poche domande banali su ciò che facevo, ciò di cui mi ero occupata nella vita, ciò che mi piaceva. Ero partita un po’ timida e titubante ma poi mi ero sciolta. In fondo mi era sempre piaciuto parlare di me. E loro erano stati pagati per ascoltarmi.

Il ragazzo carino era uno psicologo. Categoria che non mi andava proprio a genio. Ma per uno così avrei potuto anche fare un’eccezione.

Avevo cercato di rispondere nel modo più sincero possibile, ma loro mi avevano rassicurata sul fatto che quel colloquio preliminare era puramente conoscitivo. Era il test che contava. Un test a prova di bomba secondo loro.

D’accordo. Buttiamoci e vediamo.

Unica accortezza su cui si erano dimostrati molto fermi e rigidi: non pensare troppo. Le risposte dovevano essere date di getto, senza ragionamento. Non era un test di logica o per testare il QI, era un test sulle attitudini. “Attitudes”, così si chiamava. Meno avrei usato la testa, più affidabile sarebbe stato il risultato.

Ero super eccitata. Avevo sempre adorato i test. E questo aveva l’aria di essere una figata.

E almeno per qualche ora mi sarei dimenticata di Damiano … oppure no?

Ci vediamo mercoledì prossimo per una nuova pagina del mio diario!

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