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Il diario di Clarissa libro

giorno trentacinque

2018-10-23T23:04:34+00:00

di Clarissa, 10/10/2018 © Riproduzione Riservata

I miei talenti. Forse tutti dovrebbero dedicare un po’ del proprio tempo a capire in cosa sono bravi. Io non ho mai pensato di avere alcuna capacità particolare.il diario di clarissa

“Ma è impossibile. Tutti sono bravi in qualcosa”

Ogni volta mi imbatto in questa frase e non so cosa controbattere. Di base sarebbe corretto pensarla così, e di fronte a qualcuno che afferma di non sapere fare niente, in effetti mi verrebbe da rincuorarlo dicendogli che forse non ha ancora scoperto le sue vere specialità.

Ma tutto ciò che faccio lo considero sempre nella norma. Niente che mi possa far emergere dalla massa. Invidio chi si dimostra particolarmente talentuoso nei talent show canori o di qualsiasi altro genere, per non parlare di quelli che emergono nella vita perché capaci di qualcosa di assolutamente unico e speciale. Ma io?

Io no. Ero mediamente uno schifo in tutto.

Avevo cercato di rispettare i consigli che mi erano stati generosamente dati prima di iniziare il mio “attitudes” test, ma davanti alle domande e agli esercizi che mi propinavano non mi veniva da rispondere nulla di interessante. Una mente vuota. Un istinto improduttivo.

Vabbè, avrei risposto a casaccio.

Un esercizio in particolare mi aveva colpito. Sei quadranti che rappresentavano sei settori diversi della vita. Dovevo riempire ogni quadrante con colori o parole che mi risuonavano. Qualsiasi cosa emergesse. E io avevo optato per i colori.

D’accordo. Primo quadrante salute e forma fisica. Mhhh! Beh, erano già un tot di anni che cercavo di perdere quei dieci e passa chili che si andavano accumulando in varie aree di interesse. L’addome in particolare. Colori? Boh. Rosso e nero, a sensazione.

Poi c’erano i beni materiali. Da mesi aspiravo a comprarmi la nuova versione della Toyota Yaris hybrid. La mia micra immatricolata nel 1999 sembrava ormai portarmi in giro spinta da un innaturale sentimento di pietà nei confronti della mia precaria situazione economica. E quella Yaris che avevo visto dal concessionario era veramente figa. Ma al momento lontana dalle mie possibilità. Giallo e verde, via.

Progetti e arte? Boh. Amavo smodatamente l’arte, ma potevo apprezzare solo l’arte degli altri. Non certo la mia. L’ultima volta che avevo partecipato a un laboratorio artistico avevo prodotto un oggetto di cartapesta talmente orrendo che quando ognuno di noi era stato invitato a mostrarlo agli altri volevo solo morire. La gente si nascondeva dietro i banchi per non ridere. Ma dai! Che stronza quell’insegnante! Un’esperienza abbastanza umiliante. Viola e oro.

Amore e coppia. Ecco qua. Cosa potevo scegliere? Beh, tutti vogliono l’amore, anche quelli che lo negano con decisione. Questo è un settore centrale per ognuno. Ma che tipo di coppia? Alcune mi mettevano tristezza, ma forse perché non mi ci ritrovavo. Quelle abituate a fare sempre le stesse cose noiose. Ma ce n’erano di peggiori. Quelle con le tipe arroganti e comandine che obbligano l’uomo ad accompagnarle a fare shopping. Le odiavo. Mi aspetti qui? Provo questi trecento vestiti e poi andiamo. A volte nei negozi mi ritrovo a fissare qualche povero ragazzo dall’aria demoralizzata che preferirebbe suicidarsi pur di levarsi dalle palle. Poveri uomini! Però se ti sta bene sottometterti a qualche stronza … allora ti meriti di farti seppellire direttamente nel centro commerciale. Bianco e rosso.

Lavoro e carriera. Nella mia testa stavo già iniziando a ridere. Lavoro sì, me l’ero sempre cavata. Carriera? Vabbè. Ricordavo ancora l’unica volta in cui avevo ricevuto una discreta offerta di lavoro da un’altra azienda e mi ero recata con spavalderia dal mio manager per fargli il triste annuncio delle mie imminenti dimissioni. Già mi immaginavo la scena impossibile di lui che si metteva a piangere e mi supplicava di rimanere, urlando angosciato che non avrebbe mai potuto lasciarmi andare, il mio contributo lavorativo era troppo prezioso. E magari in un mare di lacrime avrebbe cominciato a offrirmi botte di soldi e salti di carriera. Ahahah. Figuriamoci!

La scena reale si era svolta con il mio manager che, con il suo solito aplomb, mi aveva comunicato il suo dispiacere, ma che probabilmente non sarebbe stato possibile fare nulla per trattenermi. Mi aveva solo chiesto di riflettere bene e magari prendermi una settimana di tempo per rivalutare la cosa. Intanto si sarebbe rivolto agli altri dirigenti per tastare un po’ il terreno e farmi avere qualche contentino per convincermi a restare. Capirai.

Di lì a una settimana il contratto dall’altra parte era saltato per questioni legali in cui si era imbattuta l’azienda, e io avevo deciso di giocarmi fino all’ultimo la carta delle dimissioni per conquistare un piccolo ma onesto aumento salariale che avrei spacciato per la giusta compensazione che mi aveva convinta a rimanere.

Avevo bussato all’ufficio del manager piena di convinzione. Sarei stata un osso duro fino alla fine. Solo dalla porta, percependo il mio sorriso sul volto, aveva subito espresso con un certo sollievo: “Dalla tua faccia mi sembra di capire che hai deciso di restare. Sono davvero contento”. Ma noooooooo!!! “Ho chiesto all’Amministratore Delegato se era possibile procedere con una buona offerta per farti rimanere, ma purtroppo lui non apprezza agevolare la carriera a chi minaccia le dimissioni. È una questione di policy aziendale”. Pure? Oltre il danno la beffa. E mi ero pure rovinata la reputazione con i piani alti. No, la carriera non faceva per me. Viola, giallo e grigio.

L’ultimo quadrante era figo. Amici e viaggi. Due elementi irrinunciabili della vita. Alcuni viaggi con gli amici erano stati esperienze incredibili. Il capodanno a New York, l’India. Il viaggio in Giappone da sola. Ma davvero viaggi da sola? Sì viaggio da sola, e allora? A me metterebbe una tristezza. Insomma, devi mangiare da sola, e andare in giro da sola. E se ti succede qualcosa? E se non conosci i posti e non sai usare la metropolitana? Ma che ci vuole a usare la metropolitana? Ovunque nel mondo la metropolitana si prende come una normale metropolitana. Si può anche mangiare da soli nei locali senza essere scambiati per dei poveri sfigati. Sei in giro da sola e mangi da sola. E allora? Mi logoravano le solite stupide domande e questioni poste da gente insulsa e ignorante che finiva ogni anno per andare al mare nello stesso posto di merda, affittando lo stesso ombrellone di merda nello stesso deprimente albergo di merda. Gente contenta di ritrovare tutto come l’aveva lasciato un anno prima. Anche l’impronta del loro culo sullo stesso identico lettino. E sarei io quella triste a viaggiare da sola? Arancione e rosa.

Avrei dovuto attendere una settimana per avere i risultati del mio test e l’analisi approfondita delle mie attitudini.

E quindi ero tornata ai miei soliti pensieri e alla mia ordinaria afflizione per il fatto che Damiano non si fosse fatto sentire.

Dopo altri tre giorni senza alcun segno di vita, avevo optato per il più classico gesto ostentato nelle produzioni cinematografiche di genere commedia romantica: il finto incontro casuale.

Sapevo che il fratello di Erin e i suoi amici si incontravano tutti i venerdì in un pub frequentatissimo della zona. Io non lo bazzicavo da anni, ma uno può sempre avere voglia di bersi una birra, no?

Un’amica di vecchia data totalmente ignara di ciò che avevo in mente aveva accettato di accompagnarmi a bere, quindi non restava che farsi vivi e vedere … come Damiano avrebbe reagito alla cosa …

Ci vediamo mercoledì prossimo per una nuova pagina del mio diario!

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