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Il diario di Clarissa libro

giorno quarantuno

2018-12-05T21:45:13+00:00

di Clarissa, 28/11/2018 © Riproduzione Riservata

“Davvero ti sei presentata al pub per parlare con me?”

“Scusa, Damiano, hai ascoltato tutto quello che ti ho detto?”

“Sì”

“Ma non te ne frega niente”

“Certo che me ne frega. Perché non dovrebbe fregarmi?”
il diario di clarissa

Ero rimasta senza parole. Mi aspettavo una reazione di fuoco, invece mi aveva guardata con un’espressione a metà tra divertita e intrigata. Questo ragazzo era totalmente imprevedibile, continuava a protrarre una serie di comportamenti assurdi e inaspettati. Non sapevo come gestirlo.

“Ti stai divertendo, Damiano? Pensi che le cose che ti ho detto siano comiche?”

“No, alcune sono terribili. Anche perché sembri davvero seria”

“E non hai niente da rispondere? Mi dici qualcosa che abbia un senso, per piacere? Qualsiasi cosa”

“Sei assolutamente adorabile”

Ah. La prima cosa che mi era passata per la mente era che mi stesse prendendo per il culo. Se fosse stata la scena di un film o di una serie tv avrei urlato a quella tipa che era una sfigata e che doveva lanciarsi senza ritegno su quell’individuo, mettergli la lingua in bocca e limonarselo sfrenatamente come se non ci fosse un domani. Ma non era fiction, era vita vera, e quella tipa ero io. E nel mio corpo e nella mia testa io non riuscivo a fare quella cosa. Mi sentivo blindata dalla paura e dalla sensazione che mi stesse fottendo alla grande. Lui non sapeva chi fossi davvero. Non ero adorabile, ero una caxxo di stronza piena di stronzate senza senso. Se aveva un interesse sincero per me, era guidato dalla voglia di frequentare una persona che non ero io.

Erano solo seghe mentali? Probabile, ma questo era ciò che pensavo e sentivo. Giusto o no, avevo bisogno di riprendere fiato.

“Secondo me è meglio se te ne vai” (sapevo gestirla solo così)

Mhhhh. Su quella bella faccia si era stampato un sorriso da stronzetto. Come se lo avessi sfidato. Aveva accennato qualche passo nella mia direzione. Lento ma sicuro.

“Sei sicura, Clarissa?” E intanto si avvicinava.

“Sei davvero sicura?” Sempre più vicino. Pericolosamente vicino.

“Quanto sei sicura?” Ormai era a 15 cm dalla mia faccia.

Mi ero voltata totalmente paonazza in faccia e mi ero incamminata verso l’ingresso. Ma cosa dovevo fare con questo individuo? Era troppo strano, troppo indecifrabile. Se anche avessi ceduto alle sue provocazioni cosa ne sarebbe venuto fuori?

“No, Damiano, non hai capito. Voglio che tu te ne vada. Davvero”

Lo volevo? Sì, più che altro perché non sapevo reggere quella situazione. Volevo rimanere da sola e respirare.

Lui aveva notato la mia reazione e improvvisamente aveva mollato il colpo. Si era seduto sul letto sfoderando un’aria più cupa di quanto mi aspettassi. Il tono della sua voce era cambiato. Non era più giocoso o divertito, era piuttosto serio e allarmato. Stava iniziando a prendermi sul serio.

“Dove stai andando Clarissa? Cosa c’è che non va? Dimmelo”

Gli avevo risposto ansimando, piuttosto agitata:

“No, non ci riesco”

“Sì che ci riesci. Dai, Clarissa, sono io. Ci conosciamo da anni”

“Non ti conosco per niente, Damiano. Non ho idea di chi tu sia”

“Va bene, allora conoscimi”

Dopo alcuni giri avanti e indietro mi ero fermata. La stanza ormai sembrava carica di inquietudine. Avevo fatto qualche respiro profondo e avevo cercato di tranquillizzarmi. Ero andata a sedermi sul mio letto, proprio accanto a lui. Quella pausa silenziosa sembrava durare una vita.

E alla fine era venuto fuori proprio ciò che razionalmente non avrei voluto dirgli:

“No, non lo so, Damiano. Vieni qui e dici cose carine, ma sai essere davvero carino con qualcuno? O sono tutte stronzate?”

Lui aveva preso a fissarmi ammutolito. Poi era scattato:

“Ma si può sapere che ti ho fatto per meritare una reazione come questa? Io non ricordo nulla di quella storia di quando avevi diciassette anni. Mi spiace se ti ho fatto qualcosa che ti ha umiliata, ma non ho idea di come o perché. Non lo so. E’ passato un secolo, Clarissa. Ma che ti prende? Sono venuto qui per essere carino con te. Non ti basta?”

“No, non mi basta. Non so con quali intenzioni sei venuto qui, se volevi scusarti per l’incoerenza di alcune tue azioni, va bene, ti scuso. Però non cambia quello che penso. Io non riesco a fidarmi di uno come te. Mi dispiace”

Silenzio. Ero alla frutta. Ormai lo fissavo con un mix di fermezza e severità. La mia paura di avere a che fare con un lato emotivo profondo e sensibile aveva tirato fuori una vera cattiveria.

Non poteva fare altro che prendere le sue buone intenzioni e ficcarsele su per il culo, proprio dove gliele avevo mandate.

Non se lo meritava, questo era l’ovvio sospetto. E alla fine mi ero ritrovata in casa da sola. Ferma a riflettere e respirare. Era stato tutto troppo. Troppo.

“Clarissa, ma si può sapere che ti è preso?”

Ale non poteva credere alle sue orecchie, aveva appoggiato la birra sul tavolo e mi stava interrogando con insistenza. Gli avevo raccontato la serata precedente nei minimi dettagli, e ripercorrere momento per momento, parola per parola mi aveva dato una visione più chiara e lucida di quello che avevo combinato. Ma non volevo rinunciare a essere stronza fino in fondo. Neanche con Ale.

“Ale, non mi è preso niente. Ma ti sembra possibile ascoltare certe cose? Io non mi fido di lui”

“Clarissa, tu non ti fidi di niente e di nessuno. Ed è abbastanza triste”

“Ma che stronzata”

“No, è vero. Per questo ti affezioni solo ai coglioni”

“Cal non è un coglione”

“No, Cal no, però era una storia impossibile. Per questo era diventata la tua ossessione. Pensi di essere una persona emotiva, di avere cuore. Ma diciamocelo, Clarissa… sai gestire solo gli uccelli”

“Ale, ma vaffanculo pure tu”

E si era messo a ridere. E io lo avevo accompagnato gentilmente alla porta. Era troppo anche con Ale. Non avevo voglia di sentire certe stronzate. Anche se avevo il vago sospetto che ci fosse un fondo di verità.

Ma che andassero tutti a fanculo. Non volevo lezioni dai coglioni.

Finalmente sola nella mia stanza mi ero ricordata della busta dei talenti che ancora non avevo avuto il tempo di aprire. Sembrava rispuntare da una dimensione sconosciuta. Come se il mondo in cui stavo vivendo in quel momento fosse completamente diverso da quello in cui avevo vissuto qualche giorno prima.

Magari mi avrebbe dato qualche risposta illuminante. Magari conteneva il segreto del perché mi ero comportata in quel modo. Magari c’era scritto che ero stata una stupida e avevo sparato un sacco di caxxate. Probabilmente conteneva solo l’elenco delle mie attitudini. E tra queste non ci sarebbe stato l’aprire il proprio cuore a chi si dimostra gentile e interessato.

Avevo aperto la busta sperando in un po’ di conforto … e in effetti …

Ci vediamo mercoledì prossimo per una nuova pagina del mio diario!

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