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Il diario di Clarissa libro

giorno quarantanove

2019-02-05T22:43:28+00:00

di Clarissa, 30/01/2019 © Riproduzione Riservata

Avevo guardato il cellulare un po’ seccata. Mi ero appena addormentata, chi poteva rompermi ancora?

Numero privato.

il diario di clarissa

Accidenti, numero privato non mi sembrava per nulla promettente. Speravo che non si trattasse di nulla di grave o che non riguardasse qualcuno che si era cacciato in qualche guaio. Un incidente, una morte improvvisa, una richiesta di aiuto. Oddio, era successo qualcosa di brutto? Avevo risposto con un po’ di ansia.

“Pronto?”

Ma non avevo ricevuto alcuna risposta. Ci avevo riprovato con maggiore insistenza.

“Prontooo? Chi parla?”

“Stocaxxoooooo”

“Ale, ma che cavolo?”

“Clarissa, ti ho svegliata? Cavolo mi dispiace. Sei bella sveglia stamattina?”

“Ma perché, che ore sono? Pensavo di essermi appena addormentata”

“Sono le sette meno un quarto”

“Cosa ci fai sveglio a quest’ora, Ale?”

“Vado a giocare a tennis il sabato mattina, non te l’ho mai detto?”

“Mamma mia, che sbatta. Ma sai che ho pensato le peggio cose quando ho visto numero privato?”

“Eccome se lo so. Quando mi avete chiamato stanotte mi è venuto un colpo. L’ultima volta che mi hanno chiamato alle due del mattino era per dirmi che mio nonno era deceduto”

Oh no!

“Ale, mi spiace. Volevamo solo farti uno scherzetto, non pensavo. Comunque hai fatto bene a chiamare, non potevi prendere decisione migliore”

Ed eravamo scoppiati a ridere entrambi.

“Ciao Clarissa, devo andare. Scusa, non potevo proprio evitare di farti questo bello scherzetto, ti è piaciuto? Ti saluto che devo chiamare Cal. Ciao né”

E aveva riattaccato.

Erano già le sette meno un quarto, mi sembrava di aver dormito cinque minuti. Ero tornata sotto le coperte in tre secondi e mi ero rimessa a dormire.

Mi ero risvegliata qualche ora dopo. Avevo un appuntamento imperdibile quel giorno. Già da qualche tempo sentivo l’esigenza di rinnovare qualcosa nella mia vita, ma non sapendo ancora che cosa, l’unica idea che mi era venuta in mente era quella di dare una svolta al mio look. Erano già molti anni che tenevo i capelli lunghi sotto le spalle, e dello shatush ramato che avevo fatto all’epoca rimaneva solo un pallido rimasuglio sulle punte disordinate. Era arrivato il momento di rivoluzionare il mio aspetto, e poi magari avrei rivoluzionato anche altro. Ma per il momento era di quello che avevo bisogno.

Avevo scelto un parrucchiere della zona a cui mi ero rivolta mesi prima per una piega improvvisata dell’ultimo minuto. Erano stati bravi, anche se i prezzi erano decisamente sopra la media. Volevo solo una piega, e la giovane rampante ragazzina, probabilmente stagista, aveva iniziato a propormi una serie di plus a pagamento che mi avevano irritato non poco. “Le propongo un’ottima maschera, il finish con un nostro prodotto speciale, la superpiega con trattamento alla cheratina, lo shampoo miracoloso e il balsamo infallibile.” Sì vabbè, fammi sta piega! Di solito mi scoccia dire di no per non passare per poveraccia, e l’impeto di quella ragazzina piena di entusiasmo stava per farmi capitolare a ogni richiesta, ma quel giorno avevo davvero pochissimi soldi, e alla fine l’insistente aiuto parrucchiera si era demoralizzata di fronte a quella sfilza di no espressi con gentilezza. Avevo sfoderato i miei sorrisi migliori per non metterla in imbarazzo, ma in realtà avrei voluto dirle: ‘noooo, non mi interessa, muoviti e non rompermi il caxxo!’.

Nonostante i miei fermi rifiuti, mi ero ritrovata a pagare quasi 30 euro. Per una piega? Ma veramente? E se avessi detto di sì a tutte quelle stronzate extrabudget? Per non fare brutte figure alla fine avevo pagato ed ero stata zitta, ma avevo giurato di non rimettere mai più piede in quel posto di invasati.

Mesi dopo, spinta dalle ottime recensioni di una mia conoscente, dalla vicinanza e dal buono sconto di 20 euro che avevo trovato nella casella della posta, avevo preso un appuntamento proprio in quell’insolito salone. Erano cari, e anche un po’ pazzi, però erano anche piuttosto bravi, e io avevo bisogno di mani esperte per la mia rivoluzione d’immagine.

L’accoglienza era stata sopraffina. Buongiorno Clarissa! Mi avevano accolto quasi in coro appena ero entrata. Mi avevano aiutato a togliere il giaccone e mi avevano fornito la loro mantellina azzurra nuovissima sigillata nella busta di cellophane. Mi avevano fatto accomodare e mi avevano portato un minivassoietto tutto brillantinato con un bicchiere di centrifuga e una ciotola di frutta secca. C’era anche un bigliettino scritto a pennarello: “Benvenuta Clarissa. Ti auguriamo una sosta piacevole e rilassante!”

Che gesto carino! Mi sentivo coccolatissima. Se ripensavo alle ultime soste dal parrucchiere ricavate dai coupon di Groupon che avevo raccattato in vari angoli di Milano, più che rilassanti si erano rivelati veri e propri incubi in termini di umana interazione. Parrucchieri sfruttatissimi, stressatissimi e superindaffarati che mi avevano abbandonata in un angolo della zona d’aspetto e fatto attendere per un secolo, con la scusa che tanto ‘è quella dei coupon’. Sì, sono la poveraccia dei coupon.

Nulla in confronto all’attenzione con cui ero stata accolta a sto giro. Mi ero ritrovata circondata da tre parrucchieri: un ragazzo sui trenta, Dario, che si sarebbe occupato delle mie necessità, una donna sulla quarantina che mi mostrava il catalogo dei tagli più trend del momento con il suo ipad, e infine una ragazzina schiavizzata che attendeva i loro comandi. “Portami un tubetto di colore 05 e la spazzola lisciante ghd. Vai”

Alla fine, basandomi sui loro consigli e una certa insistenza nel cambiare sia taglio che colore, avevo optato per un taglio scalato qualche centimetro sotto le spalle, uno shatush biondo freddo sulle lunghezze e sulla frangia, una piega ‘senza tempo’ con trattamento alla cheratina che sarebbe durato 20 giorni, e una maschera purificante con annesso massaggio della cute. Speravo almeno di non dover arrivare a contrattare con un trafficante di organi interni per trovare la somma che mi avrebbero fatto pagare.

Ma in ogni caso mi sentivo in mani sicure. Dario sembrava operare con destrezza e capacità. In più era molto carino e gentile. Al momento del taglio, tutto contento di avere tra le mani una persona che voleva fare dei cambiamenti così azzardati, aveva iniziato a scherzare sull’enorme quantità di capelli che si stavano accumulando a terra.

“Non ti spaventare, Clarissa, ne hai ancora tanti in testa, te lo assicuro”

In realtà guardare quel pavimento mi stressava non poco. Erano anni che non tagliavo così tanta lunghezza, mi stavano venendo dei ripensamenti terribili. Ma ormai era fatta, era già giunto alla scalatura. Meglio disperarsi a lavoro terminato.

Dopo un paio d’ore di trattamenti e cinque riviste di gossip sapevo tutto ciò che c’era da sapere sul nipote di Paola Perego e sul nuovo amore di Simona Ventura, e speravo di arrivare presto a conclusione di quella trafila infinita.

“Ci manca solo la maschera e la piega, e poi ti lascio libera”

Finalmente. Al termine della seconda ora già non ne potevo più. E’ innaturale farsi toccare la testa per così tanto tempo. L’ultima volta che ci ero passata era quando mi ero fatta mettere le extension, e anche lì volevo morire.

“Che piega facciamo?”

“Direi un mosso naturale, non troppo riccio, ma comunque voluminoso”

Avevo in mente la foto della modella con il taglio che avevo scelto. Aveva questi capelli scalati mossi ondulati che le cadevano alla perfezione lungo il viso. Anch’io volevo sembrare così. Avevo scelto tutto a partire da quella foto: taglio, colore, e ora anche la piega. Perché non dovevo uscire dal salone anch’io con quell’aspetto?

Un’altra mezz’oretta e finalmente:

“Ecco qua. Scommetto che torni a casa e non ti riconoscono”

Io mi guardavo allo specchio senza parole.

Non ci potevo credere.

Tre ore di trattamenti …

… ed ero identica a mia madre. Identica.

Il mosso che avevo richiesto si era trasformato in un riccio boccoloso che mi faceva più assomigliare al mio cane Lucy, piuttosto che alla modella del catalogo. Ero rimasta in silenzio a bocca aperta.

Sembravo un mix tra mia madre, Lucy e Krusty il clown. Io mi vedevo così.

“Dario, non trovi che siano troppo ricci?”

“Guarda che questo è il tuo mosso naturale, ho usato solo il diffusore. Secondo me stai benissimo”

Accanto a me una cliente sulla sessantina che aveva subito esclamato:

“Ma come sta bene! Sa, per avere un mosso così sono costretta a fare la permanente. Lei è davvero fortunata ad averli così naturali”

Sì???? Ma la cosa peggiore non era ancora arrivata …

Ci vediamo mercoledì prossimo per una nuova pagina del mio diario!

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