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Il diario di Clarissa libro

giorno cinquantuno

2019-02-26T21:20:02+00:00

di Clarissa, 20/02/2019 © Riproduzione Riservata

Il giorno in cui ero stata assunta, ricevendo l’agognato contratto a tempo indeterminato, era la perfetta conferma di ciò che avevo previsto al termine del colloquio sostenuto un paio di mesi prima.

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Stanca dell’ennesimo lavoro a progetto, ma soprattutto stanca di portare avanti un lavoro senza senso e di scarsa soddisfazione in un confusionario contact center di zona, mi ero guardata intorno ed ero incappata in un’inserzione di analista statistica che sembrava proprio fare al caso mio.

Era in un’azienda dal nome impronunciabile, probabilmente francese, che si occupava di analisi farmaceutiche. Mi ispirava. Anche se l’annuncio, piuttosto scarno e vagamente poco esaustivo, non dava specifiche informazioni sul lavoro da svolgere, e rimandava a un indirizzo mail di contatto inesistente. Volevo candidarmi, ma non ci riuscivo, la mail da inviare per la candidatura continuava a tornarmi indietro. Pessimo segno, pensai.

Analizzai con insistenza quell’indirizzo mail e alla fine mi accorsi che probabilmente al nome della persona di contatto mancava una lettera. Feci una veloce ricerca su internet incrociando le poche informazioni che apparivano nell’annuncio, e alla fine trovai l’indirizzo corretto.

Poteva anche essere una fortuna. Magari pochissime persone avrebbero fatto la sbatta che avevo fatto io per riuscire a far arrivare a destinazione il mio curriculum, e così una pura casualità avrebbe dato un taglio netto alla concorrenza. Erano tutte ipotesi, ma qualcosa mi faceva pensare che quello potesse essere il mio posto.

Qualche giorno dopo avevo ricevuto la chiamata a presentarmi per un colloquio conoscitivo. Lo sapevo.

La persona che mi aveva accolta era piuttosto alla mano e particolarmente affabile, ma aveva anche l’aria di essere competente e preparata su ciò che stava cercando. Non mi avrebbe reso vita facile al colloquio, ne ero sicura. Ma neanch’io le avrei reso facile liquidarmi. Volevo quel posto.

Ero convinta che fosse delle risorse umane, e invece no, non c’era un reparto risorse umane in quell’azienda. Un punto a favore, pensai. Non avevo mai provato grande riconoscimento per chi di lavoro si occupa di analizzare i profili professionali, ma molto più spesso psicologici e comportamentali delle persone.

Ragazzotte, spesso stagiste, molto più giovani del candidato di turno che ti fissano con aria bonaria, ma incredibilmente giudicante, propinandoti domande impossibili a cui non esistono risposte plausibili.

“Come si vede tra dieci anni? Alcuni lati del suo carattere le rendono difficile lavorare con altre persone? Qual è il suo più grande difetto lavorativamente parlando?”

E poi la mia preferita:

“Cosa pensa di poter apportare all’azienda in termini di esperienza personale e lavorativa che potrebbe fare la differenza rispetto ad altri candidati?”

Domande che nascondono trappole. Questo pensavo ogni volta. E mentre cerchi di arrabattarti alla meglio per rispondere con sincerità, ma non troppa sincerità, la ragazzina ti fissa, magari con un sorriso ebete stampato in faccia, per scovare le tue debolezze nascoste. Poi passa a valutare come sei seduto, se gesticoli, se ti impappini, se rispondi velocemente, cosa o chi guardi mentre parli.

A me ogni volta verrebbe da dire a quella stronza delle risorse umane di piantarla di fissarmi e scrivere roba sul suo quadernetto. Che quel lavoro lo so fare, mentre lei non saprebbe valutare neanche un coglione nullafacente che le spara una serie di caxxate ben costruite in faccia solo per il gusto di farla fessa.

Il reparto meno umano di tutta l’azienda. Questa era la mia impressione sulle risorse umane. Gente con la sindrome del padreterno che ti parla come se fosse la tua analista di fiducia, ma che non perde occasione di ricordarti che il tuo ingresso in azienda e la tua carriera dipendono da quanto gli piaci. Quanto gli piaci. Veramente?

Ma quel pomeriggio avevo davanti una persona diversa. Non sparava le solite domande psicologiche tanto per tentare di mettermi a disagio, voleva davvero sapere se in quel lavoro me la sarei cavata. Voleva conoscermi. E dopo cinque minuti di chiacchierata sciolta mi ero accorta che tra di noi era scattata una certa chimica. Ci piacevamo. Ed ero sicura che non mi avrebbe mollata facilmente per un altro candidato. “Sono la sua preferita” pensai “non mi mollerà”. Di sicuro sarei finita a lavorare lì dentro. E la cosa mi rendeva felice, perché quell’azienda aveva un’aria incredibilmente famigliare per me.

Ormai erano passati otto anni da quel famoso pomeriggio che aveva segnato la svolta al mio precario percorso lavorativo, e io adoravo passare il tempo in quell’azienda. Perché lì si trovava la mia famiglia acquisita: Cal, Vale, James, Danny e gli altri. Staccarmi da loro mi sembrava assolutamente impensabile.

L’Amministratore Delegato quel mattino era uscito dall’ascensore e ci aveva beccati. All’inizio ci aveva guardato con aria dura, poi il suo viso si era ammorbidito e ci aveva perfino sorriso. Eravamo in tanti, e stavamo facendo parecchio casino, ma dopotutto stavamo solo ridendo. Poteva anche passare il messaggio che ci piaceva passare il tempo lì dentro, no? Che eravamo entusiasti. Perché la cosa avrebbe dovuto avere ripercussioni sulle nostre performance lavorative? Eravamo in pausa.

A un certo punto l’AD aveva tolto dalla tasca il suo telefono e ci aveva chiesto se poteva farci una bella foto. Eravamo un gruppo così affiatato!

Ci eravamo guardati tutti dubbiosi e un po’ tesi. Dove voleva andare a parare con quella richiesta?

Ma cosa potevamo fare? Rifiutare? Era stata una richiesta così strampalata e improvvisa che nessuno aveva avuto il coraggio di obiettare. E così ci eravamo anche messi in posa. Lui ci aveva scattato una foto col suo iphone da un migliaio di euro e poi era scomparso da dove era venuto.

“Ma cosa è successo?”

La consapevolezza si stava facendo strada nelle nostre menti come un lentissimo corridore di gara che con troppo foga cerca di recuperare un distacco impossibile da rimediare. Ormai era fatta.

Eravamo tornati mestamente in ufficio, chi preoccupato, chi incaxxato, chi imperturbato.

Una mezz’oretta dopo una mail lampeggiava sul pc di Vale. “Cosa avete combinato?” la sua referente chiedeva spiegazioni riguardo una mail che le era appena stata spedita dalla tizia delle risorse umane. Le risorse “umane”.

L’Amministratore Delegato aveva inviato la nostra foto con tanto di lamentela scritta raccontando i fatti dal suo incontestabile punto di vista e chiedendo che venissero presi provvedimenti a riguardo.

Provvedimenti? Che tipo di provvedimenti?

“E’ arrivata una mail preoccupante”

“Di chi? Del fotografo?”

Eravamo scoppiati tutti a ridere. Ma c’era ben poco da ridere. Quel ristretto gruppo di colleghi era un po’ una famiglia per me. E quell’azienda le quattro mura che ci permettevano di stare insieme. Ma si stava mettendo in moto qualcosa. Avrei preferito che quel seme non germogliasse così velocemente, ma era impossibile fermare quel processo naturale. Stavo per intraprendere una direzione assolutamente inaspettata …

Ci vediamo mercoledì prossimo per una nuova pagina del mio diario!

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