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Il diario di Clarissa libro

giorno cinquantasei

2019-04-16T22:31:06+00:00

di Clarissa, 17/04/2019 © Riproduzione Riservata

Ultima pubblicazione

Il mio ricordo degli ultimi tre mesi in azienda è un atteggiamento di totale scazzo e noncuranza nei confronti di tutto e tutti. L’unica cosa che mi faceva scendere dal letto la mattina era l’aspettativa dell’ultimo giorno di lavoro, quando avrei salutato i miei colleghi e festeggiato la mia consapevole scelta di vita, magari buttandomi addosso ad Alessandro e infilando involontariamente la mia lingua in quella bocca rossa e carnosa che avevo desiderato per molto tempo.
il diario di clarissa

Poteva scapparci una bella limonata d’addio; come diceva la mia ex collega parecchi anni prima, quando ero ancora una stagista: “l’ultimo giorno in azienda fioccano i saldi, i limoni si danno via a metà prezzo”.

Ma immaginavo che baciare Alessandro non sarebbe stato così semplice; era tornato con la sua ex, e dal poco che conoscevo di lui, sapevo che era una persona abbastanza seria e responsabile. E quindi potenzialmente fedele.

L’idea di trascinare Alessandro verso l’infedeltà mi faceva sentire una poco di buono, ma l’intento era solo quello di riuscire a concretizzare un sogno a occhi aperti che mi aveva assillato per settimane, e permettere a quella fantasia di lasciarmi in pace per sempre. Non mi sarei mai permessa di rubarlo alla sua attuale “proprietaria” e non avevo alcuna intenzione di riaccendere un sentimento nei suoi confronti.

“Voglio limonarlo e basta”

“Perché proprio lui? Perché non Cal?”

“Perché continuo a fare un sogno su di lui. E’ da qualche tempo che questo pensiero non mi lascia in pace”

“E cosa sogni esattamente?”

“Di incontrarlo per caso, magari con una gomma a terra o bisognoso di un passaggio, in una giornata di pioggia torrenziale, senza nessuno che possa aiutarlo e un telefono che sembra non funzionare quando serve. Lo invito a casa per permettergli di asciugarsi e bere qualcosa di caldo mentre prova a contattare qualcuno che gli dia una mano. E mentre si trova lì, davanti alla cucina, con l’asciugamano sulla testa e la maglietta bagnata da cui si intravvedono i pettorali tonici e ben definiti, di punto in bianco, gli chiedo: -Dai, togliti la maglietta- Lui si blocca, come se non avesse capito, e mi guarda tentando di sistemare con le dita i capelli tutti arruffati. Poi sorride -Perché dovrei farlo?- -Perché voglio guardare il tuo corpo-. Lui continua a fissarmi, in parte a disagio, in parte divertito, e un luccichio nei suoi occhi si fa sempre più acceso, sempre più complice. Allora, molto lentamente, appoggia l’asciugamano sulla sedia, fa qualche passo indietro, prende con entrambe le mani la parte inferiore della maglietta, tentenna, sorride, poi torna serio, sorride ancora, gli occhi sempre più audaci, lo sguardo sempre più sfidante. Poi si rende conto di cosa sta facendo e arrossisce, si volta, le mani sui fianchi, sospira, si mette a ridere. Torna davanti ai miei occhi, più serio, più convinto, più spavaldo, afferra la maglietta e la toglie con decisione. E resta così, fisso nei miei occhi a petto nudo, totalmente disarmato ma con aria da trionfatore. Io mi prendo tutto il tempo del mondo per guardarlo. La sua pelle chiara è costellata di piccole lentiggini rosse. Il suo petto è tornito e sodo, ma la sua pancia è morbida, nasconde un paio di chili che ha messo su negli ultimi tempi, forse dovuti a qualche birra di troppo. Muoio dalla voglia di sapere che sapore ha la sua pelle, quindi mi avvicino e mi chino per leccargli la parte alta del petto, proprio sopra il capezzolo. Lui sussulta, emette un sospiro, poi mi afferra da dietro la nuca e mi bacia con una passione che entrambi non pensavamo di poter sperimentare.”

Silvia mi guardava ammutolita.

“Non voglio nient’altro, solo guardargli il petto nudo e baciarlo. Perché dev’essere così difficile?”

“Suppongo che possa non esserlo”

“Supponi male, Silvia. Ma in vista della mia dipartita la cosa si fa molto più possibile. E mi chiedo se non sia il caso di provarci e chiudere anche questo capitolo”

L’ultimo giorno di lavoro facevo avanti e indietro nei corridoi in cerca di ispirazione. Mi sembrava di rivivere una situazione in cui mi ero già imbattuta mesi prima, quando ero entrata spavalda nel suo ufficio e gli avevo chiesto di uscire. Ma proprio perché avevamo dei precedenti, tutto ora sembrava più difficile.

Alla fine avevo trovato il coraggio, così come l’avevo trovato quella volta di tanto tempo prima.

Ero entrata nel suo ufficio, sperando che la cosa avrebbe avuto un epilogo più fortunato, e l’avevo affrontato faccia a faccia.

“Alessandro, ti devo parlare”

Ma non avevo messo in conto la possibilità che non si trovasse da solo in ufficio. Accanto a lui il suo collega informatico, Elio, un ragazzo sulla trentina con cui si dava il cambio durante la settimana. Non li avevo mai beccati insieme, se c’era uno sapevo che non poteva esserci l’altro, ma quel giorno erano lì entrambi, forse in vista di un lavoro importante per cui era stata richiesta la doppia presenza.

“Dimmi, Clarissa” aveva apostrofato Alessandro senza neanche alzare lo sguardo dal pc.

“Volevo dirti che oggi è il mio ultimo giorno in azienda”

“Ah, davvero?” Elio si era alzato per salutarmi, stampandomi un bel bacio sulla guancia e facendomi un grande in bocca al lupo per il mio futuro professionale.

Alessandro invece era ancora seduto e mi guardava, un po’ sulle sue, forse intimorito, forse infastidito. Poi si era alzato, era venuto verso di me, e senza neanche incontrare i miei occhi, aveva scambiato due bacini veloci e mi aveva salutato con un “ciao, magari ci si becca in giro”.

Io gli avevo guardato di sfuggita la maglietta e poi i capelli. Nulla assomigliava al mio sogno. La maglietta asciutta non faceva intravvedere nulla, i capelli ingellati e ordinati non avevano accolto le gocce di pioggia che gli scendevano delicatamente dalle tempie. Nulla era come avrebbe dovuto essere. Ma io non volevo mollare.

“Dai, Alessandro, vieni a bere un caffè, è l’ultimo. Offro io”

Ci eravamo diretti verso la macchinetta dell’espresso, e per fortuna Elio non ci aveva seguiti.

“Chissà quante belle cose farai adesso, Clarissa. E invece noi qui ad annoiarci”

“Magari verrò a trovarvi”

“Mi sembra il minimo”

“E tu cosa pensi di fare, Alessandro? So che stanno valutando l’idea di tenervi o rimpiazzarvi con personale interno”

“Sì, infatti sto cercando qualcosa di più fisso e stabile. Ho bisogno di soldi, anche perché …” ma non l’avevo lasciato finire.

“Alessandro, come l’hai presa quando ti ho chiesto di uscire quella volta, nel tuo ufficio?”

Ma lui aveva finito la frase lo stesso, al rallentatore.

“… perché io e V. abbiamo deciso di andare a convivere”

Aveva sospirato e mi aveva guardata a bocca aperta. Silenzio. Poi la verità.

“Sai cosa non mi quadrava di te, Clarissa?”

“Cosa?”

“Che hai l’aria di essere una donna ingestibile. Sei sicuramente molto passionale, audace, ma sei anche irriverente, e direi quasi sfacciata” (sfacciata?)

E non aveva ancora finito.

“Sei molto bella, sei arguta, hai un umorismo sottile, sei divertente. Ma come si fa ad avere a che fare con te? Se devo essere sincero …”

Sì, ti prego.

“… mi sono sentito sopraffatto quando mi hai chiesto di uscire. Non perché la cosa non mi facesse piacere, e ho pensato molto a te quando sono rimasto single, lo ammetto. Ma non sei una donna semplice, Clarissa. E io ho bisogno di una donna semplice nella mia vita”

Avevo distolto lo sguardo e preso a fissare il pavimento. Volevo la verità, e quella era la cruda verità.

Lo avevo salutato con un bacio sulla guancia e uno dei miei migliori sorrisi. Mi ero soffermata sul suo viso giusto qualche secondo, poi ero sparita nel labirinto di corridoi. E così avevo chiuso il capitolo Alessandro.

“Una donna dalla personalità forte ha bisogno di un uomo forte”

La frase con cui avevo terminato l’ultima seduta con Silvia riecheggiava nella mia testa. Alessandro aveva molte qualità, ma non era un uomo forte.

Così come non lo era Teo. E in realtà neanche Cal. Forse mi piaceva l’idea di vincere facile, per questo mi fissavo su individui che non sapevano tenermi testa. Ma il punto era che io non vincevo mai. Forti o deboli ero sempre destinata a perdere.

E se avessi ribaltato io la partita? E se avessi affrontato la sfida con l’unico uomo che si era dimostrato abbastanza forte da combatterla?
Ma dov’era finito Damiano? …

A presto con le nuove storie su Clarissa!

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