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Il diario di Clarissa libro

giorno cinquantadue

2019-03-06T21:47:23+00:00

di Clarissa, 27/02/2019 © Riproduzione Riservata

Appena uscita dall’università non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita. Avevo intrapreso gli studi in Economia perché alle superiori primeggiavo in alcune materie come ragioneria, tecnica industriale e matematica, adoravo avere a che fare con i numeri, e costruire i bilanci mi dava una certa soddisfazione. Ma terminata la laurea mi ero ritrovata con il mio sudatissimo pezzo di carta in mano e nessunissima idea di quale tipo di occupazione potesse appassionarmi. E avevo scoperto con un certo sollievo che la maggior parte dei neolaureati navigava nelle mie stesse acque sconclusionate.

il diario di clarissa

Avevo avuto il mio primo lavoro da analista così, per caso. Un vecchio compagno di università stava lasciando il suo impiego da stagista e aveva proposto il mio nome come potenziale rimpiazzo.

In realtà non avevano alcuna intenzione di prendermi, era da un po’ che cercavano di liberarsi del mio stranissimo amico, che lasciava a desiderare sia dal punto di vista umano, sia dal punto di vista lavorativo.

“No, non prendiamo un’amica di Enrico, se è come lui ci suicidiamo”

Tempo dopo avevo scoperto che tra tutti i candidati io ero quella che era stata scartata a prescindere, e il tutto a causa della pessima reputazione di colui che aveva consigliato proprio il mio nominativo.

Ma al colloquio me l’ero giocata così bene e avevo fatto un’impressione così meritevole che non erano riusciti nell’intento. E alla fine, tra contratti a progetto e rinnovi da interinale, ero rimasta in quell’azienda per ben tre anni. Dopodiché mi ero spostata alla concorrenza, ma seminando comunque scie di tristezza e persino qualche lacrima alla mia cena di addio.

E da lì tutto si era svolto in totale naturalezza. Volevo fare l’analista? Boh. Però ero piuttosto brava e non smettevano di arrivarmi chiamate o richieste di colloqui da varie aziende.

Forse fortuna, forse avevo imboccato la strada giusta, ma in ogni caso trovare un’occupazione non era mai stato un grosso problema per me.

Un percorso guidato, cominciato totalmente per caso. Come il trovarsi su un treno ad alta velocità che percorre imperturbabile la sua traiettoria. Magari, arrivato a un incrocio intraprende un nuovo binario, ma resta sempre su quei freddi rettilinei infiniti. Quanti compagni di viaggio, quante fermate transitorie in cui venivano caricati gli ultimi inconsapevoli passeggeri che ci avrebbero accompagnato solo per qualche stazione, quanti controllori rompipalle.

Ma il paesaggio era sempre quello. Un’immensa distesa che continuava a ripetersi. Guardavo insistentemente fuori dal finestrino nella speranza di scorgere qualcosa che mi avrebbe meravigliato, ma passavano e ripassavano sempre le stesse cose. E si facevano sempre più grigie e inconsistenti. Persone diverse, progetti diversi, ma sempre le medesime situazioni. Davvero volevo vivere così?

“Il fotografo” (ormai era diventato il suo nome) era riuscito nel suo intento.

“Dai, James, andiamo a prenderci il solito caffè delle 4”

“No, non voglio rischiare. Se scende e vede che siamo così tanti. Io ho il contratto d’apprendistato che mi scade tra qualche mese, Clarissa. Vado dopo, quando non c’è più nessuno”

Che palle.

Era già da tempo che quel lavoro non mi dava alcuno stimolo. Ci andavo per i soldi, ovvio. E per le persone. Due ottime ragioni, in effetti.

Soldi e persone. Soldi e persone.

Vedevo un sacco di gente che non poteva neanche fare affidamento su queste due certezze. Lavori precari pagati malissimo con gente orribile e mansioni ancora più orribili.

Di cosa potevo lamentarmi? Nessuno fa il lavoro dei suoi sogni, solo pochissimi ci riescono.

Eppure …

Tempo prima avevo visto un film francese molto carino che citava un paradigma di Freud secondo cui ‘sono necessarie e sufficienti due condizioni esistenziali a determinare il benessere dell’individuo: 1. Una vita sessuale appagante; 2. Un lavoro gratificante’.

Secondo Freud, la soddisfazione di queste due condizioni poteva bastare per far sentire bene la persona. Probabilmente per farla sentire felice sarebbe servito molto altro, ma per raggiungere una buona dose di pacifica serenità interiore ci si poteva anche accontentare di queste due.

La mia vita sessuale era inesistente dai tempi di Teo, quindi forse era normale che puntassi così tanto sulla gratificazione professionale. Forse era tutto molto freudiano.

Ma i soldi. E le persone. Queste erano le mie condizioni sufficienti per non permettermi di osare mettere in discussione realmente ciò che avevo.

Fino a quel giorno. Il giorno in cui si insinuò inconsapevolmente un nuovo seme che avrei visto crescere e prendere forza rapidamente.

“Ragazzi, avete sentito cosa sta succedendo?”

Cosa?

“E’ arrivata una mail dalla sede francese. Sembra che siamo stati acquisiti da una multinazionale statunitense”

Era calato il silenzio. E subito dopo un caos inimmaginabile imperversava tra i corridoi e all’interno degli uffici. Mormorii, commenti, polemiche, girava di tutto.

La reputazione di quella galattica multinazionale non giocava a favore di nessuno. Arroganti americani pronti a mettere le mani su tutto ciò che portava reddito facendo piazza pulita del sacrificabile. Il sacrificabile. Di chi si sarebbe trattato?

Le facce della gente preoccupata affollavano ogni angolo dell’azienda. Ognuno riteneva di essere prezioso e assolutamente indispensabile nella catena di montaggio aziendale, ma chi poteva esserne sicuro al 100%?

E così bastava andare a prendersi un caffè in area break per sentire discorsi patetici su quanto la persona di turno fosse competente e indubitabilmente necessaria:

“Come potrebbero fare senza di me? Sarebbe un casino, crollerebbe tutto”

Con un finto sorriso pietoso non potevo fare altro che annuire silenziosamente. Sì, certo, figuriamoci! Poveri coglioni illusi!

E dopo qualche tempo erano apparsi nuovi individui che circolavano tra gli uffici tastando il terreno e organizzando colloqui conoscitivi. Era chiaro. Volevano tagliare.

Ma il punto era: mi sarebbe dispiaciuto davvero entrare nel loro mirino?

Ci pensavo e ci ripensavo. Circondata da facce preoccupate io mi sentivo galvanizzata da un’eccitazione che non sentivo da parecchio tempo.

No. Non mi sarebbe dispiaciuto. Volevo entrarci a tutti i costi.

Ma come? Cosa avrei potuto fare per farmi sbattere fuori da loro? …

Ci vediamo mercoledì prossimo per una nuova pagina del mio diario!

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