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Il diario di Clarissa libro

giorno cinquantacinque

2019-04-16T22:34:29+00:00

di Clarissa, 03/04/2019 © Riproduzione Riservata

Come avevo sospettato, ero stata l’unica in azienda ad essersi candidata per la buonuscita. Tutti chiacchieroni, sboroni, fighi. Finché non arriva il momento di mettersi in gioco davvero e allora tutti zitti.
il diario di clarissa

Ma fino all’ultimo poteva succedere qualunque cosa. Il fatto di essere l’unica candidata era un punto a favore, ma poteva non essere sufficiente a garantirmi l’ingresso nel gruppo degli esodati. Ero pur sempre un profilo professionale che a loro faceva gola, ma trattandosi di una multinazionale americana fissata con il denaro speravo che avessero dei tagli sui costi da rispettare e delle imposizioni dirigenziali di casa madre a cui rendere conto.

Quella mattina il mio capo mi aveva chiamata per un incontro privato. Mi ero recata nel suo ufficio visibilmente agitata. Stavo sudando. Sapevo che se mi avessero detto di no sarebbe stato un disastro per la mia vita lavorativa; avrei dovuto cercare un altro lavoro di tutta fretta prendendomi solo il peggio da quella situazione. Perdere i miei colleghi e senza guadagnarci nulla.

“Clarissa, accomodati”

Speravo di non lasciare una pozza di sudore sulla sedia, sarebbe stato imbarazzante.

Il mio capo sembrava soddisfatto. Sorrideva. Vestito di tutto punto in quel completo da chissà quanti soldi mi fissava e non parlava. Perché tutta quell’attesa?

“Non sono molto contento di ciò che sto per dirti”

Mhhhh.

“Perché non sono contento di perderti, tu sei una delle persone migliori con cui ho avuto il piacere di lavorare in tutti questi anni”
Ahhhh. I miei occhi già brillavano.

“Sì, hanno accettato la tua candidatura. Sarai fuori tra tre mesi”

Mi ero lasciata andare a un sospiro di sollievo che probabilmente era stato avvertito da tutti quelli del piano. Avrei voluto abbracciarlo, ma non volevo sgualcirgli il suo abito impeccabile. E forse sarebbe stato fuori luogo. Ma avevo davvero voglia di mettermi a correre nei corridoi e saltare come una bambina a cui finalmente hanno regalato quel giocattolo che per mesi ha osservato con il naso appiccicato alla vetrina.

“Grazie. Grazie davvero”

La notizia aveva rattristato i miei amici colleghi, ma in fondo se lo aspettavano. Ed erano contenti per me. Volevo crederci.

Danny aveva iniziato a bombardarmi di domande su cosa avrei fatto appena uscita, come mi sarei mantenuta, di cosa mi sarei occupata. Stavo per mandarlo a fanculo, ma quell’interrogatorio pressante mi aveva bloccata. All’improvviso, la consapevolezza di essere ufficialmente in mezzo a una strada mi faceva impressione.

Niente più copertina calda a proteggermi, luogo familiare ad attendermi, stipendio sicuro a sfamarmi. La mia quotidianità di lì a tre mesi sarebbe cambiata completamente. Il pensiero di aver fatto una scelta così estrema e radicale mi faceva girare la testa.

Non era la prima volta che mi capitava. I cambiamenti importanti mi creavano quella sensazione di vertigine.

Ma non ero più una ragazzina. Avevo scelto consapevolmente e con gli occhi bene aperti, e avrei dimostrato di sapermi reinventare.

Fermi ancora a chiacchierare davanti alla macchinetta del caffè a un certo punto era apparso Alessandro. Si era aggregato per un caffè veloce insieme ad Elisabetta. E proprio in quell’istante Cal aveva iniziato a raccontare un aneddoto dei suoi, su una tipa che aveva conosciuto online e sperava che ci scappasse almeno un pompino alla prima uscita.

Chiacchiere da maschi. Conoscendo Cal era più probabile che tornasse dall’appuntamento con gli occhi a cuore e dichiarandosi innamorato.

Ma alla parola “pompino”, senza pensarci, avevo guardato in direzione di Alessandro, e anche lui mi aveva guardata. Era bordeaux in faccia.

Evidentemente quella parola attivava in lui delle connessioni che lo mettevano pubblicamente a disagio. O forse era perché c’ero lì io?

A me quella parola attivava solo una certa ilarità. Ma collegata ad Alessandro attivava una pulsione che pensavo fosse ormai sopita. Evidentemente c’era ancora qualcosa nell’aria, qualcosa che non avevo sistemato.

Mi era un po’ dispiaciuto beccarlo in flagrante ad arrossire, perché nella psicologia maschile credo che sia considerata un’espressione di debolezza. Per me non era così, trovavo la cosa incredibilmente dolce. Una conferma ulteriore al fatto che fosse una persona discreta e piuttosto sensibile.

Vai a farle capire certe cose agli uomini.

Se avessi potuto parlare liberamente gli avrei detto:

“Non mi dà fastidio quando arrossisci. Anzi, mi piace”

Ma la regola numero uno quando si ha di fronte una persona che arrossisce è non fargli capire che te ne sei accorto. O la situazione per la persona peggiora ulteriormente. Regola che era stata infranta parecchie volte durante la mia adolescenza e che ogni volta mi aveva fatto provare molto più disagio di quanto riuscissi a sopportare.

“Clarissa, ho saputo che te ne vai, mi dispiace”

Il commento di Elisabetta mi aveva riportata all’interno del gruppo.

“Sì, me ne vado”

“Sai già cosa pensi di fare?”

“Diciamo che ho qualche idea in mente. Ma prima di tutto vorrei prendermi un po’ di tempo per me e fare un paio di viaggi”

“Beh, con tutti i soldi che ti daranno mi sembra il minimo”

“Sì, non è facile riuscire ad avere contemporaneamente soldi e tempo, e ho intenzione di sfruttarli a dovere”

Avevo dato un’occhiata veloce ad Alessandro che mi fissava abbastanza stupito. Immaginavo che non sapesse nulla di quella storia, dopotutto lui era un consulente esterno, sapeva cosa stava capitando all’azienda, ma probabilmente non conosceva tutti i retroscena, o forse neanche gli interessavano più di tanto.

E il fatto che tra tre mesi me ne sarei andata invece? Gli interessava? O magari si sarebbe sentito sollevato? Addirittura sollevato? Beh, una persona in meno da intercettare con imbarazzo nei corridoi. Era possibile.

Quanto avrei voluto chiederglielo.

Tra noi due si era alzato un muro che non ci permetteva di esprimere niente, a parte le solite banalità. E spesso mi chiedevo se anche per lui la cosa era un problema, se ci aveva mai pensato, se lo infastidiva, o se al contrario lo rincuorava. Ma mi toccava solo parlare con me stessa e immaginare cosa avrebbe potuto rispondere alle mie assurde domande.

“Alessandro, perché io e te non possiamo parlare?”

“Perché dici che non possiamo?”

“Perché per una volta mi piacerebbe parlare di quello che è successo quel giorno nel tuo ufficio. Ma non me lo hai mai permesso”

“E cosa mi vorresti dire?”

“Beh, ti vorrei dire …”

“Cosa, Clarissa?”

“Che sono sempre stata contenta di averlo fatto. Anche se è andata male. Che ne valevi la pena. Che avrei voluto davvero passare del tempo con te, da soli, a parlare di noi, di ciò che amiamo, di ciò che desideriamo. Entrare nella tua dimensione, riservata a pochi, e vedere cosa ne avrei tirato fuori. Sapere cosa avrei provato nell’entrarci”

Era un discorso inventato, frutto della mia immaginazione, ma quanto mi sarebbe piaciuto dargli vita e scoprire come avrebbe risposto nella realtà.

Ma certe cose appartengono alla mente. Lì nascono e risiederanno per sempre. Oppure no? …

Ci vediamo mercoledì prossimo per una nuova pagina del mio diario!

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