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Il diario di Clarissa libro

giorno cinquanta

2019-02-20T21:37:13+00:00

di Clarissa, 06/02/2019 © Riproduzione Riservata

Mi ero avvicinata alla cassa un po’ titubante, ma soprattutto timorosa di conoscere le conseguenze di quel cambio look sul mio portafogli e sul mio bilancio mensile.

“146 euro”

il diario di clarissa

Bene. 146 euro per assomigliare a mia madre. Mi guardavo allo specchio dietro alla cassa in cerca di approvazione da parte di me stessa per quei nuovissimi capelli, ma ancora non riuscivo a trovarla. Forse era solo una questione di abitudine.

E già mi immaginavo i commenti dei miei colleghi al mio ritorno in ufficio.

Il lunedì ero arrivata come sempre con comodo in azienda, alle 9:45 in totale scioltezza. Mi ero affacciata nell’ufficio di Vale, dove avevo trovato Francesca intenta a lavorare, mentre Vale era al piano di sopra a parlare con il suo responsabile, e di Cal ovviamente neanche l’ombra. Lui arrivava ancora più sciolto di me. In realtà più sciolto di chiunque. Si presentava in ufficio tra le 10:30 e le 11:00, generando ovvie ed evidenti perplessità in tutti quanti.

“Bello il taglio. Ti sta bene, ti dà una certa freschezza” mi aveva detto Francesca.

“Dai, grazie”

“Ma Cal?” avevo azzardato.

Francesca si era messa a ridere.

“Si sarà appena alzato, Clarissa. Ripassa tra un’oretta”

Incredibile.

Avevo incontrato Cal intorno alle 10:20 che entrava tutto assonnato passando il badge svogliatissimo. Io appoggiata alla parete con il mio secondo espresso in mano avevo assistito alla scena di quel derelitto umano che si trascinava flemmatico verso la porta scorrevole. Un’immagine veramente deprimente.

“Cal, cos’è successo, ti hanno buttato giù dal letto stamattina?” gli avevo bisbigliato mentre mi passava accanto.

“Voglio morire” la sua risposta.

Ovviamente non si era neanche accorto del mio cambio look, era totalmente irretito nella sua depressione da lunedì mattina.

A pranzo finalmente si era svegliato e non aveva perso l’occasione:

“Clarissa, ma cosa hai fatto? Sembra che ti hanno vomitato in testa”

Ma daiiiii!!! Si era alzato un coro di voci femminili sdegnate mentre lui rideva come un cretino. Per fortuna era intervenuto Danny:

“Ma no, dai, non sta male, è che sembra più sciura di mezz’età. Forse è per via della frangetta”

“Che cosa????? Non rispondo neanche, tanto non capite un caxxo di queste cose, siete uomini”

Francesca e Vale mi avevano difeso sostenendo l’esclamazione appena espressa. Ma cosa potevano mai capire gli uomini di tagli femminili? Magari qualcuno del settore avrebbe anche potuto obiettare, ma gli individui di sesso maschile seduti a quel tavolo dovevano solo stare zitti e muti. In fatto di look erano veramente impresentabili. Soprattutto Cal, con quei capelli ingestibili senza forma che gli cadevano davanti agli occhi e gli spuntavano in tutte le direzioni. Ma se li pettinava ogni tanto?

Comunque, molto meglio di quando l’avevo conosciuto anni prima. Capelli lunghi fino a metà schiena, tra il mosso e il crespo, attaccatura alta. Inguardabile.

Avevo deciso di passare oltre quei commenti inopportuni e parlare di altro.

“Sono un po’ preoccupata per Lucy. Secondo me ha qualcosa che non va. E’ mogia ultimamente, sembra un po’ svogliata. L’ho beccata spesso immobile a guardare nel vuoto. E’ strano”. Cal subito:

“Ma come immobile a guardare nel vuoto?”

“Sì, te lo giuro. Una mattina mi sono svegliata, era sul letto ferma che guardava nel vuoto. Come se stesse pensando a chissà cosa”

“Ah. Lo so io. E’ un poeta”

“Che cosa?”

“Un poeta tormentato. Che scrive poesie di nascosto. Fidati. Tu prova a lasciarle carta e penna quando vai al lavoro”

“Cal, sei proprio un imbecille”

“Sì, sì, il tuo cane scrive poesie. Magari una notte ti svegli, o magari torni a casa prima e la becchi intenta a scrivere poesie”

Eravamo tutti scoppiati a ridere di fronte a quell’immagine surreale.

Le giornate lavorative si svolgevano più o meno sempre nello stesso modo. Arrivavo alle 9:45, accendevo il pc, un paio di chiacchiere, alle 10:15 circa si andava a prendere il caffè in gruppo, poi si tornava al lavoro fino alle 13. Pausa pranzo sempre insieme, altra pausa caffè di gruppo intorno alle 16, e poi terminavo le mie 8 ore intorno alle 18:45, sempre in compagnia di Cal che doveva aspettare almeno le sette e mezza per uscire.

Il nostro gruppo era superaffiatato, uscivamo a pranzo sempre insieme, e spendevamo le pause a ridere e scherzare su ciò che succedeva in azienda, oppure sui bei vecchi tempi quando lavoravamo tutti nello stesso ufficio.

Gli altri gruppi non ci guardavano di buon occhio, anzi, eravamo tra i più odiati in azienda. Da un lato perché eravamo piuttosto chiusi nei confronti dell’esterno, poi perché eravamo stati accusati più e più volte di schiamazzi e pubblico disturbo nei corridoi e nella zona dell’ascensore, ma soprattutto perché non permettavamo a nessuna intrusione sgradita di turbare i nostri perfetti equilibri.

Un annetto prima Danny aveva assunto nel suo gruppo un nuovo interinale. Nessuno ricordava come si chiamasse, lo avevamo soprannominato “il menagramo”. Era un omuncolo di bassa statura, sempre vestito di nero, sempre dalla faccia scura e dall’atteggiamento vagamente asociale. Era uno di quelli che, se ti capitava di incontrarlo in corridoio, invece di scansarsi, come qualsiasi altro normalissimo individuo, si schiacciava di schiena addosso al muro a braccia aperte. Un comportamento alquanto bizzarro. Vedendolo appiccicato a quel muro mi ero immaginata la scena di lui a occhi spalancati, che all’improvviso tira fuori una lingua biforcuta e mi sussurra qualcosa di mortificante; quel tizio mi metteva angoscia.

Non apriva mai bocca, non sorrideva, aveva l’abitudine di fissare le persone in silenzio, generando una certa inquietudine.

Odiavamo portarcelo a pranzo. Ci guardava dall’alto in basso, non parlava, non rideva, non partecipava ad alcuna discussione.

Dopo un po’ di tempo io e Vale avevamo escogitato le peggio strategie per evitare di chiamarlo quando uscivamo per il pranzo. Non era cattiveria, era che volevamo goderci la pausa rilassati. E avevamo ormai maturato tutti l’opinione che seminasse sfiga, tristezza e depressione ovunque andasse. Da qui la nomea di “menagramo”.

Nelle nostre manovre di esclusione dovevamo stare attentissimi a Danny, che era l’unico che riusciva a comunicare con quel bizzarro individuo. Apprezzava molto il suo modo di lavorare, preciso, affidabile e senza distrazioni, e detestava il fatto che facessimo di tutto per estrometterlo dal gruppo. E così io e Vale agivamo silenziose e letali. Dopo qualche tempo il tizio aveva iniziato a ignorarci completamente e a portarsi il mangiare da casa, salvando così le nostre intoccabili pause pranzo.

Mesi dopo, Danny era tornato dai piani alti particolarmente irrequieto. Io e Vale, insieme a James e Cal, eravamo nella zona break a prenderci un caffè. Stavamo parlando della donna delle risorse umane che era appena stata assunta in azienda. Un evento straordinario, considerando che non avevamo mai avuto l’ufficio HR.

Danny era entrato nella stanza tutto affannato:

“Non ci posso credere. Ho perso l’interinale, adesso dovrò trovarmi un’altra persona. Ha dato le dimissioni, me l’hanno detto adesso”

“Ma chi? Il Menagramo?”

“Vale, non chiamarlo così. E’ anche colpa tua se ha deciso di andare via”

“Colpa mia?”

“Sì. Il primo giorno che è arrivato mi hai detto -Danny, ma chi cavolo hai assunto? Non potevi selezionare qualcuno di normale?-”

Danny stava pericolosamente iniziando ad alzare la voce, mentre Vale argomentava la sua esclusione da tutta quella situazione.

Io e gli altri guardavamo la scena totalmente rapiti e assolutamente divertiti.

A un certo punto Danny aveva alzato il dito indice e aveva iniziato a scuoterlo con insistenza di fronte alla faccia di Vale.

“Danny, togli sto dito o ti lancio il caffè in faccia. Non sto scherzando”

La cosa stava degenerando. Ma Danny non aveva nessuna intenzione di abbassare il dito. Continuava a lanciare accuse e scuotere l’indice con decisione. Vale stava perdendo la pazienza. Cal sogghignava, io fissavo la scena ammutolita, James cercava il telefono per filmare tutto.

I due avevano alzato i toni, e la diatriba si stava facendo infuocata. Ancora non so come, né perché, ma alla fine ero intervenuta:

“Danny, secondo me la Vale non c’entra niente con il fatto che se ne va”

“Tu hai poco da parlare, Clarissa. Anche tu ne hai dette di tutti i colori. Hai detto che ci rovinava le pause, che non dovevamo invitarlo. Pensavi che non lo sapessi?”

Oh no, aveva rivolto a me il suo dito accusatore. Che palle. Io cercavo di non ridere, ma non ci riuscivo, e la cosa rischiava di farlo incaxxare ancora di più.

“E comunque, spero che non venga fuori, il mobbing è un’accusa molto seria”

“Il mobbing? Dai, Danny, adesso stai esagerando”

“No, non esagero, potreste avere delle ripercussioni per il vostro comportamento” aveva ricominciato a urlare.

Ma non avevo più voglia di starlo a sentire.

“Vabbè, io me ne vado”

“Nooooooo, sono io che me ne vado” aveva urlato.

Ed era uscito di volata dalla porta con il dito ancora alzato e due occhi infuocati.

Ci eravamo guardati in silenzio un po’ confusi. Mai avremmo immaginato quella reazione così aggressiva.

Dopodiché eravamo scoppiati a ridere. Quella scenata era stata assurda.

“Danny, ti ricordi quella volta in cui ti sei accanito sulla Vale?”

Il ricordo di quell’evento avvenuto ormai qualche mese prima stava allietando la nostra pausa caffè. Come allora eravamo scoppiati in una risata sonora. Eravamo piazzati accanto all’ascensore, ed eravamo un gruppo piuttosto folto. I soliti sei, ovvero io, Cal, Francesca, Vale, James e Danny, a cui si erano aggiunti anche Alain ed Elisabetta. Non ci eravamo neanche accorti di quanto stavamo urlando e ridendo ad alto volume, quando all’improvviso le porte dell’ascensore si erano aperte, ed era apparso l’Amministratore Delegato.

Gelo. Tutti in silenzio.

Aveva un’aria incredibilmente seria. Sembrava piuttosto scocciato. E avevo già capito che quella volta non l’avremmo passata liscia …

Ci vediamo mercoledì prossimo per una nuova pagina del mio diario!

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